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Marzio Dall'Acqua

Anna Paglia e i cieli dell'immaginario

Franco Canova ha motivato con rigore e sapienza il carattere di tipo surrazionale dell’arte di Anna Paglia, dandone una lettura coerente con le ragioni che hanno portato l’artista a porre le sue opere impastate di terra e cielo, di un cielo così immenso da diventare fantastica atmosfera, umore, vapore e scintillanti presenze. A me il compito di proporre un’altra possibile lettura per queste tele però costruite con terre per cui, in un certo senso, la prima impressione che emerge è che tutto si mescola e le distanze incommensurabile degli anni luce hanno insieme il sapore del nostro pianeta, uguale così ai mondi che non vediamo, ma esistono. In qualche modo anche ci imprigiona, ma insieme ci trascina, in una specie di vorticosa danza, nell’infinito, con il corteggio, in questa carola, di pianeti - cioè etimologicamente di “astri erranti” - e della rivoluzione ritmica di stelle, un tempo dette fisse. Ma è anche il segno che la nostra terra, la nostra sicurezza, stabilità e sede, si dissolve nell’universo, in un pulviscolo siderale che è dissipazione dinamica, in una visione che non può essere mai totale, mai tale da racchiudere tutto il sistema galattico in una unica immagine. 

Per questo sembra che Anna Paglia con ogni opera venga mappando il suo cielo, immemore da ogni riferimento alla partenza da un punto preciso, in un continuo mutare quadrante celeste, in una fuga che è anche dispersione, movimento verso un altrove, altri mondi ed altre latitudini, in un equilibrio di stelle, pianeti e nebulose che non si toccano, ma si influenzano reciprocamente muovendosi in sintonia, dando l’impressione di una grande, solenne, silenziosa e spaziata armonia. La cartografia di questo paese delle stelle ovviamente non è scientifica, ma emotiva, fantastica, anche se parte da tavole astronomiche che in parte la giustificano. L’invenzione di queste galassie e nebulose diventa così essa stessa una opera creatrice che pone l’artista in sintonia con tutte le interpretazioni simboliche che hanno visto nel cielo la rappresentazione stessa dell’irraggiungibile, dell’eternità e della potenza se non della trascendenza. A queste dimensione sacrali oggi, con le nozioni astronomiche che abbiamo, aggiungiamo la sua vitalità, il suo essere un organismo complesso che muta, vive, si dilata e i suoi elementi si trasformano e muoiono, insieme scomparendo e lasciando tracce che dopo millenni sono ancora visibili, in uno sconvolgimento totale del tempo e dello spazio, facendo di noi spettatori attivi ed emozionati.

Con queste pitture siamo dunque in viaggio, in un itinerario che è fuori da quello che tradizionalmente veniva chiamato firmamento, identificato come volta celeste che sta sopra  noi. Siamo in realtà librati in regioni inesplorate, percorse dalla fantasia dell’occhio e dell’animo, in una specie di ascesi, di salita laica, fatta di emozioni, di sensazioni, di un perdersi nell’infinito con ottimistica disponibilità e con totale abbandono. Anche perché sottesa a queste immagini è una continua metamorfosi, che si manifesta nelle terre, nella loro materia e nei loro colori, ma anche nelle luci che illuminano con cromie diverse, che danno vita alla tela, la animano ulteriormente di una presenza che le trasforma ai nostri occhi attraendoci ed insieme affascinandoci in una visione che diventa ancor più fantastica e allusiva di un telescopio della mente e del cuore, più potente di qualsiasi strumento oggi esistente. Una metamorfosi dichiarata nel momento in cui Anna Paglia aderisce chiaramente al citazionismo, a quella che è stata detta anche Appropriation Art, che riprende, al fianco dei suoi cieli che respirano immensità, opere del classicismo rinascimentale da Michelangelo a Raffaello, opere che vengono proiettare in una dimensione spaziale che le riduce a segno, memoria, ricordo di un passato tutto vissuto sulla terra, anche se si tratta della tentazione di Adamo ed Eva o della Trasfigurazione.

La carica di umanità di queste citazioni contrasta con la fragilità iconografica di galassie e nebulose, stelle e pianeti che apparentemente eterni in realtà sono fragili, occasionali e precari nella loro stessa immensità. Ma è anche un attaccarsi alla tradizione della pittura per ricavarne come un timone che indichi una rotta in una iconografia tutta da inventare, fatta solo da stati d’animo non meno precarie di queste nebulose e corpi celesti. La riproduzione dice inoltre di come le immagini del passato, nella cultura postmoderna, svanita l’aura dell’opera, compromessa con le riproduzioni, più o meno tecniche, più o meno felici e fedeli, che porta ovviamente al montaggio, alla manipolazione costruttiva, all’idea di mescolare stili e linguaggi, senza dover tener conto di una temporalità culturale, ma anche storica. Salta la cronologia, per cui tutto diventa presente nella chiave, forse, con cui ne ha scritto Simone Weil: “Il presente è qualcosa che ci lega. Il futuro ce lo creiamo nella nostra immaginazione. Soltanto il passato è pura realtà.”Ma Anna Paglia, nel seguito del suo operare, di questo passato si è liberata: ha abbandonato la citazione, per affidarsi tutta ad un presente di leggerezza, volo, esplorazione di lontananze, sottrazione temporale, comunque. Insomma, per farsi legare dal presente ma un presente atmosferico, aereo, luminescente e luminoso, con irruzioni di luce nella gravità della materia terragna.

La presenza dei led conferisce a queste opere l’aria delle installazioni, quasi dovessero emergere dalle pareti, dovessero trasformare non solo la loro superficie, ma anche quella dei luoghi sui quali vengono appese, immergendo chi guarda in una penombra o in una oscurità che ridefinisce la notte, il colore del vuoto. Prima di spiccare un salto nell’immensità incommensurabile, Anna Paglia ha esplorato la più rassicurante cintura dello zodiaco, che divide il cielo in dodici parti corrispondenti a dodici costellazioni, cerchio che circonda l’eclittica su cui si muovono astri e pianeti, che insomma rimane come una cintura intorno alla terra, al nostro occhio vedente e contemplante.

Lo zodiaco implica nel suo stesso immaginario un rapporto tra le stelle e noi, addirittura la nostra esistenza quotidiana ed il nostro essere per la temporalità della nostra nascita. Costellazioni figurate e domestiche, dunque, presenti in ogni tempo ed ogni civiltà, che fanno ricadere la loro luminosità non solo sulla terra ma su ogni vicenda di esistenza d’uomo, in fondo rassicuranti tanto ci sono familiari nel loro zoomorfismo o antropomorfismo.Valga per tutti la Vergine, segno anche della molteplicità delle storie di ogni uomo, pur nella rigidità di uno schema astrologico, nella molteplice manipolazione temporale delle stagioni, dei mesi, di segni coinvolti nel “sistema dei destini”, in cui il simbolo, lettura e interpretazione intellettuale ha prevalso e modificato le costellazioni astrali, dando ad esse una forma. E’ partendo da questa apparente sicurezza che Anna Paglia si è venuta liberando di qualsiasi forma figurativa che legasse i suoi segni zodiacali a figure prefissate, liberandoli, quasi rivoltandoli, solo al cielo. E qui è iniziato il suo volo libero.

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