Emanuele Ferrari

ABITARE UNA POESIA

Litania di quei giorni.

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Ci sono quei giorni che vorresti svegliarti più tardi. Stare ancora per qualche minuto in più (ne bastano davvero pochi), a occhi chiusi, tra le pieghe e il fresco calore delle lenzuola stropicciate dal vento del sonno, a pensare quello che di notte hai attraversato in sogno, quel paesaggio che la notte stessa ti ha fatto attraversare.

 

Ci sono quei giorni che tutte le volte, quando apri gli occhi, sai che qualcosa è finito e non potrai più tornare a riprenderlo. Qualcosa come un ricordo non vissuto, il volto di qualcuno che certamente hai amato, ma anche il volto di uno sconosciuto.

 

Ci sono di nuovo quei giorni che pensi sia possibile abitare una poesia, dove le stelle accorrono dentro il respiro del tuo cuscino, e candele accese non servono a fare luce, ma piuttosto a dipingere il buio, renderlo presente al mondo, nella sua carne di colori esplosi, come una notte illuminata dai fuochi d'artificio, o il passaggio inatteso di una cometa nel cielo, la tua mappa per orientarsi nel cosmo, o soltanto per riannodarne il filo.

 

C'è forse alla fine di questi giorni la sensazione (la stessa di quando tasti la dolce ruvidezza delle pieghe, in una carta di cotone), che i paesaggi più veri sono quelli immaginari, che vedere è piuttosto chiudere gli occhi e lasciarli andare ai fosfeni, inseguire quelle lucciole che ti portano in un mondo fantastico, dove ogni accendersi e spegnersi, ogni ripetizione, è una finestra che si apre, improvvisa epifania.

 

Accade allora che la litania di quei giorni mi dica, e forse è solo un sussurro, che quel mondo segreto è sempre dietro la porta di casa, basta avere il coraggio di guardare nella sua direzione, fare un passo al di là, cercare di stringersi nella sua parola, e spiegare le braccia al suo folle volo. 

E poi dove andremo a finire. Chissà.